CAMBIAMO L’EUROPA, CAMBIAMO L’ITALIA

CAMBIAMO L’EUROPA, CAMBIAMO L’ITALIA
MANIFESTAZIONE NAZIONALE Sabato 15 ottobre ROMA – ore 14


VIII CONGRESSO


I TRE DOCUMENTI CONGRESSUALI DI RIFONDAZIONE. Per chi volesse saperne di più cliccare QUI


MATERIALE DEL PROSSIMO CONGRESSO DI RIFONDAZIONE. Per chi volesse saperne di più cliccare QUI


MATERIALE DEL COMITATO POLITICO NAZIONALE PER IL PROSSIMO CONGRESSO. Per chi volesse conoscere tutti i contenuti cliccare QUI

MANIFESTAZIONE 16 OTTOBRE ROMA


lunedì 21 novembre 2011

Convochiamo gli stati generali della Sinistra d'Alternativa

Proponiamo nel nostro documento una ambiziosa agenda composta da obiettivi programmatici e di questioni teoriche, in un percorso di ricerca intrecciato con la pratica politica; un cambio di lenti per guardare, alla società, ai soggetti che la popolano e alle contraddizioni che l'attraversano.
Per una strategia politica: quella che riconosce la necessità di ricostruzione di una cultura e di un senso comune diffuso come precondizione per una sfida ai poteri dominanti.
Tanto più si rafforza questa necessità nella fase acuta della crisi capitalista e del neoliberismo con il Paese sull'orlo del fallimento economico, sociale, politico.
La caduta di Berlusconi dovuta non già all'incalzare dell'opposizione, dei movimenti di massa, delle organizzazioni sociali, che difendono le condizioni di vita dei lavoratori e delle famiglie, ma dalla crisi dei mercati e dal ruolo del Presidente della Repubblica che assume su di sé, al limite dei compiti assegnati dalla Costituzione, nel vuoto di proposta politica, il ruolo di difesa degli interessi nazionali chiedendo alle forze politiche presenti in Parlamento di assecondare la sostituzione della politica con un governo "tecnico" una "casta" più presentabile in luogo di quella berlusconiana.
Il governo Monti è esposto al rischio che il morto, cioè il berlusconismo e i suoi apparati predisposti alla raccolta del consenso, afferri il vivo, cioè la possibilità di una uscita da sinistra dalla crisi e un rilancio delle forme di democrazia e partecipazione. Precondizione, evidente, ad una politica dei sacrifici che penalizzerà i ceti più deboli della società.
In questo contesto nessun governo, se non rimette in discussione le modalità e il ruolo dell'Europa e della Bce è in grado di offrire vie di uscita diverse da quella greca.
Per parte nostra dobbiamo lavorare alla ricostruzione della sinistra di alternativa che affronti il problema aperto di come una coscienza antagonista, anticapitalista, comunista possa formarsi e organizzarsi a partire dalle sue condizioni di vita e di lavoro per divenire soggetto della trasformazione. In altri termini del ruolo come e se, oggi, le nostre culture politiche siano adeguate ad interpretare la realtà e la necessità della rivoluzione come interpretazione del presente e come risposta alla crisi costituente in atto.
Abbiamo bisogno di un cambio di passo perché la necessità del cambiamento e l'acuirsi della crisi trovino il partito e i gruppi dirigenti adeguati all'impegno che la fase richiede e per dare una risposta al restringimento degli spazi di democrazia essendo consapevoli della degenerazione in atto nella società e nell istituzioni.
Da soli non ce la facciamo, per questo ritengo che, assieme ad altri, dovremmo definire la convocazione degli Stati Generali della sinistra di alternativa per affrontare le questioni drammatiche aperte nel Paese. Primo tra tutti il lavoro e i rapporti di dominio in questo nuovo modo di produzione. Il sindacato e il ruolo che parte di esso ha assunto, le difficoltà di risposta in assenza di un certo e forte riferimento politico anche delle organizzazioni sindacali che con coraggio resistono nella difesa delle condizioni di lavoro, normative e salariali.
Compiti difficili ma: "se non ora quando?". Se non li affrontiamo noi che siamo poeti tanto da definirci, e voler restare, comunisti, questo grumo di questioni, nessun altro, possiamo starne certi lo farà.

Stefano ZUCCHERINI
Direzione Nazionale PRC

lunedì 7 novembre 2011

Riflessioni sulla comunicazione

Quelle seguenti sono alcune riflessioni sulla urgente necessità che il Partito ha di affrontare il tema della comunicazione in maniera più approfondita di quanto, per diverse ragioni, non sia stato fatto fino ad oggi. Sono state presentate in forma di contributo alla discussione congressuale, e soltanto uno spunto di discussione vogliono essere.

PER ORGANIZZARE È NECESSARIO COMUNICARE

Il tema è lapalissiano ma, per quanto ci riguarda, ancora parzialmente considerato.
Basta rifarsi ai documenti presentati per il prossimo congresso: quale più, quale un po' meno, tutti  peccano di una colpevole prolissità, tale da far perdere di vista, a un normale lettore, la scala delle priorità degli obiettivi e, temo, far perdere pure l'interesse alla lettura dei documenti stessi.
Possiamo raccontarci che è dovere dei compagni della base sforzarsi a leggere dei documenti, pur se ostici; ma piuttosto che auspicare un ricambio, anche fisico, dei nostri elettori, penso sia più corretto affrontare il problema su come dire le cose, oltre che su cosa dire.

I NUOVI MEDIA

Da un recente rapporto Censis su "I media personali nell'era digitale" emerge che l'utenza del web, nel 2011, ha sfondato la soglia del 50% della popolazione italiana. La televisione è ancora il primo canale di informazione, i giornali perdono il 7% di lettori in 2 anni. E i giovani utilizzano google e social network per avere oltre il 60% delle loro notizie.
Questo dato è soggetto ad una forte divaricazione tra  giovani ed anziani (87 %  - 15%) e tra soggetti più istruiti (72%) e quelli meno scolarizzati (37,7).
E' evidente come un partito che non voglia essere superato dai fatti deve fare i conti col web: e una presenza “organizzata” sui social network (FB, Twitter, Google+) così come sulla Blogosfera diventa obbligatoria.
Per “organizzata è da intendere la definizione di un luogo comune a tutto il partito e non la presenza frammentaria dei singoli dirigenti su dei blog personali che, se pure generano discussione, lo fanno, normalmente, all'interno delle varie tifoserie.

TRADITIONAL MEDIA

I sistemi tradizionali di propaganda: manifesti, volantinaggi, giornali di zona, non sono superati perché hanno ancora tutta l’efficacia e l’indispensabilità del lavoro territoriale; è attraverso questo che ti confronti e contatti il territorio, le popolazioni, i movimenti e fai lotta e “squadra”.
E’ in queste situazioni che la gente ti “riconosce” , a livello territoriale, per la tua storia personale, per le idee che proponi e per il lavoro di organizzazione e presenza nelle lotte.
Anche questo, però, funziona se supportato dalla comunicazione giusta, chiara, che colpisce, che lascia il “segno”, che si fa leggere e riconoscere;  troppo materiale viene  ”archiviato” già solo dopo aver letto il titolo.
DOBBIAMO IMPARARE a rivolgerci ai possibili lettori cercando di utilizzare un linguaggio attuale ed adatto al mezzo scelto, e tenendo conto che prima di essere ascoltati dobbiamo essere notati, dobbiamo conquistarci un posto preciso nell'immaginario di quei lettori.

LA COMUNICAZIONE INTERNA DEL PARTITO

Lo scollamento e la mancanza di informazione tra gli stessi compagni/e all’interno delle singole Federazioni e/o zone è uno dei dati di “frustrazione” che più spesso emerge tra i militanti:
Per un discorso piùgenerale sulla comunicazione del informazioni scarse, spesso vecchie, poco collegamento tra le realtà anche della stessa zona, spesso anche all’interno dei circoli.
C'è la necessità di avere un sito nazionale che non sia solo uno strumento istituzionale.
Come accennavamo precedentemente riguardo ai blog, bisognerebbe utilizzare questo strumento a cascata sui siti/blog delle varie federazioni per aver la possibilità di “sentire” la base ed interagire con essa.
Per valutare quanto la voglia di partecipazione sia diffusa  basta andare in qualcuno dei gruppi spontanei nati su FB...

IMMAGINE ESTERNA

Oggi come oggi, che ci piaccia o no, la semplificazione (banalizzazione) del messaggio politico   ha portato alla identificazione di una proposta , anche complessa, con un soggetto che  la personifica.
Quindi il personaggio che “buca lo schermo”, è indispensabile su questo fronte.
Come è pure indispensabile l'utilizzo di un lessico che ci renda attuali (nel senso di contemporanei) e che non sappia di stantio.
Questo non significa rifugiarsi nel Leader carismatico (l'esperienza di SEL e Vendola è quanto di più lontano dalla nostra realtà), significa ricercare e, quando possibile, sfruttare una opportunità.

BRAND PROFILE

Per una serie di ragioni che è inutile provare ad analizzare in queste poche righe ma che, prima o poi, sarebbe opportuno affrontare, esiste una consistente discrepanza tra il posto che vorremmo avere nell'immaginario del nostro target elettorale di riferimento e quello che occupiamo stabilmente ormai da un po' di tempo. Dobbiamo però rassegnarci al fatto che una (auspicabile) coerenza di comportamenti non supportata da una coerenza comunicativa paga pegno molto di più che non il contrario.
E questo vorrà pur dire qualcosa.
Quindi, a meno di non voler incamminarci verso una neanche troppo lenta estinzione, dovremmo attuare una seria politica di brand management che attraverso una comunicazione mirata esalti l'identità, la personalità e i valori positivi del nostro brand.
Non ci sono altre strade: se nei sondaggi sulle eventuali prossime elezioni politiche nazionali veniamo stabilmente dati al di sotto del 2% il problema non è (solo) perchè subiamo un oscuramento mediatico; è perchè a quel livello, a differenza che sul piano locale, semplicemente non siamo riconosciuti.
E anche questo vorrà pur significare qualcosa.

Sandro Romagnoli
Luigi Marchitelli

Una forza politica all'offensiva

Proprio l'altro ieri eravamo impegnati come Rifondazione Comunista, unitamente all'Unione Inquilini e al Comitato di lotta per il diritto alla casa, in un presidio che ha impedito lo sfratto di Rita da parte di un sindaco di area leghista di un paese bergamasco. Una delle tante, innumerevoli iniziative di solidarietà e di lotta a cui abbiamo dato vita nel corso di questi anni in tema di diritti al lavoro, alla casa, allo studio, alla cittadinanza. Cosa c'entra tutto questo col dibattito congressuale in corso? C'entra, eccome!
Il tema della ripresa della "rifondazione della rifondazione" e della ricostruzione di una più larga sinistra di alternativa lo stiamo affrontando nell'occhio del ciclone di una crisi che tende a distruggere tutto il quadro dei diritti sociali e democratici. La mia convinzione è che non c'è nessunissima possibilità di riuscita di questa sfida alla ricostruzione e alla riprogettazione della sinistra se non vivendola, innanzitutto, come qualcosa che sta sul terreno della realtà della crisi e delle contraddizioni operanti del capitalismo contemporaneo. Peraltro questo indirizzo di lavoro l'abbiamo già sperimentato a livello territoriale - ripensare la politica in rapporto a ciò che si muove nella società - col risultato, in anni di oscuramento, di marginalizzazione istituzionale di diventare non lo specchio di difficoltà ma addirittura di realizzare un quadro di crescita e di espansione del partito. Questo percorso impegnativo è tutto quanto da sviluppare, ancor più oggi, in una situazione caratterizzata da forti correnti di malcontento e di opposizione, da una diffusione del conflitto, dalla rimessa in campo di nuovi bisogni sociali, di nuovi obiettivi della trasformazione. Torniamo a essere ambiziosi! Lavoriamo per un Congresso che si caratterizzi per una forte spinta innovatrice unitaria. Torniamo a presentarci come forza politica aperta e all'offensiva in modo da smentire una volta per tutte quanti hanno lavorato alla liquidazione nostra e di qualsiasi idea di sinistra di alternativa.
Certo io penso anche che questa precisa scelta di andare alla ricostruzione del movimento e della sinistra di alternativa come due facce della stessa medaglia non deve diventare semplicemente un fatto volontaristico. Serve una proposta, un ragionamento di prospettiva politica che ci consenta di tornare a essere percepiti come una possibilità di cambiamento politico.
Ci sono dei passaggi cruciali nelle vicende politiche che hanno rappresentato dei veri e propri spartiacque fra un prima e un dopo. Questo è uno di questi passaggi: la crisi capitalistica, le crepe dell'ideologia neoliberista, i vent'anni di potere di Berlusconi che volgono al termine. Nulla rimarrà come prima. La crisi apre un ciclo nuovo di cui vanno colte le potenzialità positive ma, in senso opposto, la possibilità anche che la crisi possa ulteriormente degenerare in assenza di sbocchi politici. Per rendere possibile questi sbocchi dobbiamo agire in due direzioni: l'unità della sinistra, non l'unità nominalistica e di facciata, ma l'unità costruita sul terreno concreto delle risposte da dare alla crisi; il tema delle alleanze politiche - non alleanze di governo di cui non ci sono le condizioni - per determinare un quadro politico più avanzato dentro cui agire la nostra prospettiva di cambiamento. Infine riscopriamo il pensiero comunista non come pensiero passatista, adagiato sui luoghi comuni ma pensiero critico, libertario che vive sul terreno della contemporaneità e della pratica di trasformazione che è la grande lezione di Marx.


Ezio Locatelli
direzione nazionale PRC

giovedì 3 novembre 2011

Un vasto schieramento per sconfiggere le destre

Una crisi intrinseca di lunga durata, causata da un trentennio di politiche neoliberiste, che dopo il 2008 si è incamminata verso una fase di forte criticità strutturale, deve fare i conti oggi con tre fattori essenziali: la dimensione del debito accumulato per sostenere l'incongruità del sistema, l'incapacità della politica di gestire la tendenza speculativa dei processi economici dominanti, le distorsioni organiche del sistema bancario. Per scongiurare tale esito il capitalismo, egemone sul governo degli Stati, sferra un poderoso attacco al lavoro, nel tentativo di assoggettarlo definitivamente, colpendone i suoi elementi ordinativi: tempi, modi e valore ed attaccandone il terreno dei diritti.
In tale contesto la risposta del 15 ottobre può essere assunta come l'iniziale cammino di un nuovo movimento che vuole mettere in discussione in tutto il mondo l'egemonia culturale del government globale.
La crisi, quindi, come dice Fausto Bertinotti, potrebbe divenire un'occasione, ma ciò non è scontato.
A Roma la straordinaria manifestazione degli indignados, che ha subito la gravissima violenza teppistica di qualche manipolo di irresponsabili, ha rilanciato l'opposizione sociale al disegno neoliberista e, insieme alle successive manifestazioni della Fiom, per il lavoro ed i diritti, e del movimento della Val di Susa, contro la Tav, ha segnato una ripresa delle lotte.
La fase consegna, quindi, un compito decisivo alle forze di alternativa. Occorre non farsi risucchiare nel recinto della "politica istituzionale" e continuare con determinazione a costruire una linea di azione sinergica con i movimenti, come è stato nell'eroica battaglia referendaria per la difesa dei beni comuni.
Forze politiche e movimenti devono rivendicare le loro peculiarità, ma nel contempo lavorare per superare ogni deleterio distacco. Le connessioni che li legano costituiscono una risorsa fondamentale, che li vedrebbe invece condannati all'impotenza ove tali sinergie non sussistessero.
I movimenti guardano con attenzione alle forze politiche alle quali avanzano richieste, rivendicazioni, esprimendo l'esigenza di una sponda politica aderente alle istanze di lotta. E' nostro compito non lasciare inevaso tale bisogno.
Il processo dell'unità della sinistra di alternativa, su cui dobbiamo spendere ogni nostro impegno, diviene decisivo per il raggiungimento di tale obiettivo.
D'altra parte, la netta separazione dei movimenti dalla sfera della politica, impedirebbe di esprimere elementi di significativo cambiamento sullo stato attuale delle cose, depotenziando la possibilità di mutare i preesistenti rapporti di forza e le sorti del conflitto sociale e politico.
Contro pericolose derive o effimere suggestioni, in questa fase, diviene obbligatoria la proposta del Fronte Democratico. Occorre fare parte di un vasto schieramento di centrosinistra per sconfiggere le destre. All'interno di tale processo bisognerà esprimere punti programmatici di radicale cambiamento, ma senza la partecipazione ad un futuro governo ed alle sue inevitabili logiche di compatibilità e subordinazione al sistema economico neoliberista.

Antonio Marotta
segretario regionale PRC Sicilia

giovedì 27 ottobre 2011

Continua il dibattito sull'editoriale di Bertinotti: l'intervento di Gianluca Schiavon

Il merito dell’ultimo editoriale su Alternative per il Socialismo è quello di riportare la discussione politica sul campo che le pertiene: lo spazio continentale. Solo collocando nella sfera dell’accessorietà le vicende italiane si può provare a elaborare un’analisi non guastata dal provincialismo. Bertinotti individua la lunga annata di crisi economico-finanziaria come un tornante storico e, quindi, una opportunità per le forze radicalmente democratiche, cioè per le forze autenticamente di sinistra. Occorre partire dal fenomeno nuovo: il “colpo di Stato neoliberista” posto in essere non solo da banchieri e boiardi, ma anche da una classe politica corriva alle multinazionali e ai potentati finanziari. Un sistema che ha sottratto ai Parlamenti il ruolo di legislatori e che non ha mai consegnato un effettivo potere normativo al Parlamento europeo. Una classe politica fallita e parassitaria a livello continentale che continua a scaricare la crisi su chi ha valorizzato o valorizza i capitali altrui. Il genio ebraico libertario di Karl Polanyi avrebbe stigmatizzato “l’ostinata e veemente insistenza degli economisti liberali nei loro errori”. Errori sui quali insistono sostenendo la necessità e l’urgenza dei medesimi. La necessità nel cancellare diritti frutto di decenni di lotte sarebbe per costoro il frutto dell’urgenza di placare lo stato parossistico dei mercati e, si sa, necessitas legem non habet. Lo strumento con cui vengono assunte le decisioni è sempre uno strumento del Governo (il decreto, l’ordinanza) ed è lo strumento con cui il Governo ripropone le scelte dell’Amministrazione. Questa Europa mette in discussione i suoi fondamentali: il primato delle Costituzioni formali ma, di più, il primato della legge sul provvedimento, della regola generale ed astratta sulla disposizione ad hoc. Si rovescia completamente il fondamento della sovranità poiché la sovranità appartiene ai Governi siano essi monocratici (i Presidenti della Repubblica) ovvero direttoriali (Presidente del Consiglio, Ministro del Tesoro e Governatore della Banca centrale). Tutta l’enfasi sul buon governo efficiente ed efficacie che semplifica le decisioni e migliora la democrazia delle chiacchiere ci fa uscire dal ’900 tornando a forme statuali e a teorie sullo Stato mutuate dal secolo XVII. E’ arcinoto che lo Stato moderno evolve togliendo potere all’esecutivo a favore del legislativo e allargando al massimo la base della rappresentanza. Giusta questa analisi la sinistra istituzionale o è già morta (la tesi di Bertinotti) oppure rischia la morte se pensa se stessa come sinistra di governo o, meglio, se si pensa come sinistra entro questo recinto di governo. Può la sinistra decidere sullo Stato d’eccezione? Possono i socialisti belgi sostituire un Governo privo di legittimazione parlamentare da un anno e mezzo compiendo come primo atto il salvataggio della banca Dexia a spese dei lavoratori? Può il presidente del partito socialista europeo usare il coprifuoco in Grecia per far passare i tagli imposti dalla trojka (BCE-FMI-UE)? La sinistra invece vive se dà priorità a progettare un altro sistema poi, eventualmente, con nuovi rapporti di forza sociali un altro governo. Per questo le ragioni dei 500.000 in piazza il 15 ottobre sono il perno della piattaforma per l’alternativa: se la sinistra non si concentra solo su queste ragioni emergeranno sempre più i ‘grumi di rabbia’ che trasformano le manifestazioni in jacquerie. L’appello ¡Democracia real ya! –ad esempio – mira a ridare vitalità a poteri fondamentali per le democrazie contemporanee: il potere legislativo e gli istituti di democrazia diretta. L’Italia, in particolare, si colloca tra i Paesi nei quali la democrazia parlamentare è cancellata. Tremonti, Calderoli, Sacconi con la manleva di Napolitano hanno prodotto una manovra economica costituente. Il Governo ha scelto di sostituirsi completamente al Parlamento imponendo per decreto legge e con la fiducia un testo che fa strame del contratto nazionale di lavoro, dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, dell’autonomia di Comuni, Province e Regioni, del principio di progressività del fisco. Dobbiamo contrapporre alla politica personalistica quella fondata sulla difesa del potere delle assemblee legislative nazionali e regionali contro lo stra-potere di troppi feudatari (Sindaci e Presidenti di Giunte). Contrapponiamo al pessimo uso di soldi pubblici in indennità, consulenze e i consigli d’amministrazione la rappresentanza democratica elettiva e il diritto di voto per i nativi e i migranti. Possiamo ridare forza alla Repubblica italiana fondata sulla resistenza riportando al Parlamento il potere di nominare e sostituire i Governi. Diamo ancora un significato alle elezioni con la parola d’ordine “una testa un voto” cioè con una legge elettorale proporzionale che rappresenti i soggetti sociali e le differenti culture politiche invece delle consorterie e delle corporazioni? E sul livello continentale possiamo invocare una fase costituente dal basso dell’Unione europea. Una vera e propria rifondazione dell’UE a partire dal suo principale capestro: la Banca centrale. Costruendo l’alternativa a questa Europa a più velocità, classista, subalterna all’atlantismo e alle sue politiche di guerra provando a riequilibrare l’influenza dell’asse neocarolingio della borghesia franco-tedesca con regole che diano un peso proporzionale alle popolazioni e alle culture che in questa Europa ancora albergano. Il primo nemico da combattere è una economia finanziaria otto volte più forte e potente dell’economia reale e quasi totalmente priva di regole e contrappesi. E questo nemico può essere battuto rilanciando l’antica parola d’ordine della democrazia economica: cioè la democratizzazione della decisione su cosa, dove e come produrre. Si tratta di un vero programma di governo oggi espulso da tutti i pretendenti ai governi (o al governo) europei. Un programma che per affermarsi abbisogna di un conflitto articolato e di lunga durata, non della violenza anonima e brutale di un migliaio di persone che – solo a Roma – hanno rovinato una manifestazione unitaria mondiale. Un conflitto che ravviverà la partecipazione e così facendo permetterà un dialogo su parole d’ordine nuove e più avanzate tra sinistra comunista, socialista, libertaria.

Gianluca Schiavon
Direzione nazionale PRC-FdS

Da: Gli Altri 21.10.2011

lunedì 3 ottobre 2011

Sel e Prc, Nuovo Ulivo e Bce: Bertinotti anima il dibattito

Gli aspetti evocativi innegabilmente ci sono: lo dimostrano titoli come "Fausto dà l'addio a Nichi", oppure "Sel perde il suo padre nobile". E ancora "Contrordine compagni questa sinistra non va più bene", o il titolo tranchant di Libero "Bertinotti rispunta col machete: accompagnare l'aria di rivolta". Legami sentimentali, vecchi e nuovi, che si intrecciano e si sciolgono. Anche questa è la storia della sinistra italiana. Ma ci sono pure aspetti pratici, dal referendum neomaggioritario alla lettera-ordine di servizio della Banca centrale europea, che contrassegnano l'attuale fase politica della sinistra italiana. Unite al più classico degli interrogativi (di leniniana memoria): che fare? Tra nuovi Ulivi, fronti democratici contro il governo Berlusconi-Bossi e approcci al Terzo polo, la discussione è serrata. E se Fausto Bertinotti ribadisce ancora una volta che nessuna delle forze di sinistra italiane lo convince, il diritto di replica richiede di ascoltare chi quotidianamente si impegna all'interno della sinistra. "Pronto?". Dal'altra parte del telefono c'è il segretario di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero. "Che ne pensi delle osservazioni di Bertinotti?". «Sono d'accordo con Bertinotti sia quando boccia il sistema elettorale maggioritario, sia quando dice che nel contesto dato non è possibile fare un accordo di governo - precisa Ferrero - Sono due motivi che hanno portato alla scissione di Rifondazione del 2008. Il nodo è ormai venuto al pettine: chi ha cercato di far finta che fosse possibile moderare le politiche neoliberiste senza uscirne è rimasto completamente spiazzato dalla crisi. Più che un nuovo Ulivo occorreva una scelta netta, anche in Europa. Non per caso gli unici che si sono opposti alla politica Ue contestandola alla radice sono i compagni della linke in Germania, e del Synaspimos in Grecia». Altro telefonata. All'altro capo del filo c'è Alfonso Gianni, per anni strettissimo collaboratore di Bertinotti, anima ribelle di Sinistra ecologia e libertà, soprattutto fondatore di "Alternative per il socialismo", periodico cui l'ex presidente della Camera ha affidato il suo pensiero sulla fase politica. «L'articolo scritto da Bertinotti sulla nostra rivista è molto più complesso di quanto riportato da alcuni quotidiani - premette Gianni - Detto questo, ci sono posizioni diverse all'interno di Sel, non è un mistero, non c'è bisogno di tirar Bertinotti per la giacchetta». «Il problema di fondo - spiega - è se Sel debba essere o meno un soggetto politico autonomo sotto il profilo ideale e programmatico. Se bisogna parlare di alleanze o di come infilarsi in casa altrui». Esiste la possibilità di dare vita a un nuovo Ulivo o un nuovo centrosinistra? Gianni pensa che «non si possa sottovalutare il dato di un quadro politico europeo in evoluzione». Meno tranchant di Bertinotti. Quanto al referendum, Gianni è esplicito: «Avrei puntato sulla proposta Passigli, un proporzionale corretto alla tedesca anziché su un maggioritario corretto all'italiana. Fausto dice di fare saltare il recinto, il referendum è una gabbia». Gianluca Schiavon è uno dei più giovani membri della direzione nazionale di Rifondazione comunista. Cresciuto nella Rifondazione bertinottina, non nasconde il suo apprezzamento per alcune osservazioni del vecchio segretario del partito. «Un intervento di grande respiro. Bertinotti fotografa l'assenza di democrazia in Europa, e la sinistra prospera solo quando c'è democrazia. Alla luce di scelte antidemocratiche come quelle della Banca centrale europea, applaudita anche dalle forze parlamentari di opposizione, la domanda che ci poniamo è se la sinistra possa andare al governo oppure no». Schiavon si dà la risposta: «Penso che in queste condizioni sia praticamente impossibile andarci». Di più: «Con questo articolo, Bertinotti si mette in sintonia con il movimento che il 15 ottobre sarà in piazza in tutta Europa». Da Napoli risponde Peppe De Cristofaro, ex deputato del Prc, segretario partenopeo di Sel. Lui, che all'epoca delle elezioni amministrative non aveva fatto mistero di preferire la candidatura di Luigi De Magistris a quella di Mario Morcone, la vede così: «Una sinistra che resta alla finestra, che si ritaglia un ruolo marginale non mi convince. Milioni di persone hanno votato per l'acqua pubblica, nonostante il Pd fosse per la privatizzazione dei servizi. I democratici hanno rivisto la propria strategia. Penso che le condizioni per diventare maggioritari nella sinistra ci siano. Faccio un esempio, la patrimoniale. Prima era sostenuta solo dalla sinistra radicale, adesso la vogliono quasi tutti». Conclude De Cristofaro: «La crisi economica ci può paradossalmente consentire una piattaforma più avanzata su un programma che metta insieme forze politiche e movimenti». Ultimo ma non per ultimo Alberto Burgio, professore universitario a Bologna, da sempre voce fra le più ascoltate all'interno di Rifondazione comunista e non solo. «La prospettiva movimentista di Bertinotti non mi convince del tutto - dice subito Burgio - è solo la parte di un ragionamento. Mi spiego: all'espressione spontanea di conflittualità sociale deve corrisponde la capacità politica di forze organizzate. Bisogna lavorare ad una sinergia del sociale e del politico, è questa la chiave perché si determini un dinamica antagonistica. I movimenti senza politica sono costretti in una sussultoria spontaneità. La politica senza movimenti diventa tecnicismo istituzionale». La discussione continuerà, si accettano scommesse.

Frida Nacinovich

"Nessun governo con il Pd" Bertinotti, applausi dagli ex

Continua la discussione suscitata dall'editoriale di Fausto Bertinotti. Pubblichiamo articolo de Il manifesto.

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IL CASO - Ferrero, Prc: è tornato il leader del '98. Ma dica sì al fronte antidestre

«Nessun governo con il Pd» Bertinotti, applausi dagli ex

Il segretario e l'ex guida di Rifondazione uniti dalla legge elettorale. Preparano un confronto pubblico a Milano


«In queste sue ultime scelte ritrovo il Bertinotti del '98 (quello della rottura con Prodi, ndr) del 2001 (quello del Social Forum di Genova, ndr) insomma, per me il Bertinotti migliore». L'ultima «rottura» dell'ex segretario Prc piace molto a Paolo Ferrero, all'attuale segretario di quel partito, nel frattempo però passato per alcune scissioni. L'ultima, nel 2009. Spiega Ferrero: «In quell'occasione il tema di fondo era proprio il tema del governo e il rapporto con il Pd». Vendola e i suoi, che non escludevano una futura collaborazione con il centrosinistra, uscirono dal partito e fondarono Sinistra ecologia libertà. Bertinotti non vi aderì, ma si schierò con loro.
Ora, con l'acuirsi della crisi e il 'golpe' delle manovre d'agosto, neanche avversate dal Pd, Bertinotti ha scritto un saggio (esce in questi giorni su Alternative per il socialismo) che bolla come «ente inutile» la sinistra «che non sa dire di no», e che al pari delle destre «accompagna acriticamente la ristrutturazione capitalistica». Niente accordi, dunque. E indica la strada dell'autonomia dei movimenti «di lotta e di mobilitazione», rivolte e indignados.
La cronaca si incarica di dimostrare almeno il suo primo assunto: di ieri la pubblicazione di una lettera in cui la Bce indica la selvaggia cura economica a cui dovrebbe essere sottoposta l'Italia. Dal Pd nessuna contestazione di merito. «È evidente che il centrosinistra, per com'è oggi, non vuole fuoriuscire dal quadro dei vincoli monetari europei», ragiona Gianni Rinaldini, già segretario Fiom oggi fra i promotori di Uniti per l'alternativa, che prepara la mobilitazione del 15 ottobre. «La riedizione dell'Ulivo è destinata al fallimento, questo è sicuro e già dimostrato, basta guardare a Zapatero e alla Grecia. Il resto è oggetto di discussione».
Ma torniamo al Prc. Ferrero applaude il Fausto ritrovato. «Il punto, che noi avevamo individuato da tempo, è che non ci sono le condizioni per un governo con il centrosinistra. È la lezione di fondo dell'ultimo governo Prodi», di cui Ferrero era ministro e Bertinotti presidente della Camera. Ma stavolta Bertinotti non scavalca perfino la Rifondazione - che non vuole fare il governo con l'Ulivo ma propone comunque un fronte antidestre - e riecheggia l'antico «questo o quello pari sono», riferito agli schieramenti di destra e centrosinistra? Ferrero mette le mani avanti, ha letto il saggio solo negli stralci pubblicati dal manifesto, ma «se così fosse sbaglierebbe. Passerebbe dall'estremismo governista a quello della separazione consensuale del 2008, ai tempi della Sinistra arcobaleno, una delle principali cause della nostra distruzione. Pd e Pdl non sono pari, il governo Bersani garantirebbe un quadro costituzionale e non procederebbe alla demolizione rapida dei diritti e dello stato sociale».
In Rifondazione applausi a scena aperta, dunque. Il padre nobile di Sel sembra sconfessare la linea 'accordista' di Vendola e compagni. E non solo per manifesta incompatibilità con le ricette economiche del Pd. «Bertinotti concorda con noi anche sul fatto che il sistema bipolare maggioritario sia una gabbia che preclude la costruzione del nuovo spazio pubblico; e che, quindi, è un imbroglio il referendum in atto sul ripristino del "Mattarellum". Non a caso la rivendicazione prima degli "indignati" spagnoli è quella del sistema proporzionale», dice Giovanni Russo Spena. Mettendo il dito su un altro punto di contatto del vecchio segretario con l'ultimo Prc: la legge proporzionale. Vendola si è schierato con il referendum pro Mattarellum. E non poteva fare diversamente: il ritorno al proporzionale cancellerebbe le primarie per la premiership, eterno cavallo di battaglia di Vendola. Fu proprio Bertinotti, del resto, il primo a portare la sinistra sinistra alle primarie, quelle dell'Unione nel 2005.
«Siamo di nuovo in sintonia», spiega Augusto Rocchi, punto di riferimento dei bertinottiani non entrati in Sel. A patto che «non ci si chiuda nell'isolazionismo. Oggi Bertinotti dà ragione alla scelta di fondo del Prc: che non si è chiuso nel settarismo identitario, pur sapendo che le condizioni per un governo con il centrosinistra non ci sono». Ma è un riavvicinamento? In questi giorni l'ex presidente della Camera discute con molti suoi ex compagni di partito. La prossima settimana tornerà a Liberazione, il quotidiano del Prc, per un forum con Ferrero. E a novembre i due si sono dati un altro appuntamento pubblico, una tavola rotonda a Milano, assieme a Mario Tronti.
Daniela Preziosi
Il manifesto, 30 settembre 2011