CAMBIAMO L’EUROPA, CAMBIAMO L’ITALIA

CAMBIAMO L’EUROPA, CAMBIAMO L’ITALIA
MANIFESTAZIONE NAZIONALE Sabato 15 ottobre ROMA – ore 14


VIII CONGRESSO


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MANIFESTAZIONE 16 OTTOBRE ROMA


venerdì 15 luglio 2011

Comitato Politico Nazionale 9-10 luglio 2011: intervento di Gianluca Schiavon

La drammatizzazione della crisi economica chiede uno straordinario impegno al Partito, alla Federazione della sinistra e alla sinistra tutta. L’attacco ai debiti sovrani da parte dei fantomatici ‘mercati finanziari’ squaderna ai nostri occhi un tema di resistenza: la democrazia reale. Proprio la parola d’ordine del movimento degli indignados democratia real ya!  risulta essere la parola d’ordine più efficacie contro il bipolarismo coatto, contro l’accordo neo-corporativo firmato da CGIL, CISL, UIL, UGL con Confindustria e contro la militarizzazione della Val di Susa. Partecipando a queste mobilitazioni dobbiamo interrogarci sulla natura dei soggetti che vi partecipano: si tratta di movimenti composti in larga parte di una ‘generazione rabbiosa’ abituata a contrapporsi con forme di conflitto durissime ma parziali, intermittenti, apparentemente non riconducibili al terreno unitario della lotta di classe. La sfida per noi è quindi tanto complessa perché questi movimenti se non trovano una risposta politico-sociale complessiva possono far regredire la lotta a riot o jacquerie. Il compito di fase è denunciare i guasti del neo-liberismo del monopolio del capitale finanziario su quello produttivo e quindi sul lavoro ma, al contempo, sistematizzare un insieme di proposte per offrire un’alternativa politica e sociale accettabile.
La prima battaglia deve essere quella per il sistema elettorale proporzionale, per il rilancio del ruolo delle assemblee elettive quindi contro questa legge elettorale ipermaggioritaria anticostituzionale che ha portato il sistema bipolare ad essere un premierato di fatto. Si tratta di affermare con il proporzionale la dignità delle nostre proposte di governo: espulse dall’agenda politica perché siamo una forza politica extraparlamentare ma, soprattutto, perché siamo autonomi dal centro-sinistra.  Il PRC è quindi una forza di governo che si confronterà con il resto del centro sinistra sui programmi e per la quale la mancata partecipazione ad un Governo nazionale “non è un auspicio ma una previsione” se purtroppo il PD sceglierà una discontinuità a Berlusconi ma una continuità alle politiche liberiste.  
La seconda battaglia combina la proposta economica redistributiva, che si contrappone alle manovre classiste e antipopolari di tutti i governi europei, con la richiesta di democrazia sui luoghi di lavoro nei quali i lavoratori possano votare gli accordi efficaci nei loro confronti.
La terza battaglia di democrazia scaturisce dalla vittoria referendaria e si sostanzia nella possibilità da parte delle cittadine e dei cittadini di partecipare alle decisioni sui beni comuni. Si tratta di costruire territorio per territorio aggregazioni popolari che controllino la gestione dell’acqua, dell’ambiente, dei rifiuti, della mobilità, della cultura contrapponendo alla logica dei tagli lineari quella della difesa dei diritti e denunciando anche gli sprechi delle troppe società gestite in maniera clientelare.
Sono nel vivo di queste tre battaglie potrà avvenire il rilancio del Partito, e della Federazione, grazie a un congresso unitario. Un congresso aperto ai soggetti sociali che per questa via vogliano rilanciare la sinistra cacciando Berlusconi.

Gianluca Schiavon

giovedì 14 luglio 2011

Comitato Politico Nazionale 9-10 luglio 2011: intervento di Salvatore Bonadonna

Il limite maggiore che la sinistra di alternativa deve superare è la incapacità di superare la coazione a ripetere. È paradossale che mentre diciamo che la crisi ha un caratteri sistemico, che tutto è messo in discussione nei rapporti sociali, economici e culturali a livello nazionale ed internazionale, i parametri entro cui collochiamo le nostre azioni sono quelli che abbiamo sperimentato, nel bene e nel male, dentro la fase politica che sta arrivando a conclusione. Il ventennio della seconda repubblica si chiude dentro la crisi della globalizzazione alla quale l’Europa e ancor meno l’Italia sanno dare una risposta adeguata; il capitale finanziario sta imponendo le sue leggi agli stati e ai governi  e la politica, invece di riprendere fino in fondo la sua funzione di scienza della trasformazione,  appare sciogliersi, sfarinarsi.
La politica come esercizio dell’amministrazione dell’esistente ha mostrato il suo fallimento e, non a caso, si esaurisce ormai nelle faide di potere tra gruppi e persone che lo hanno esercitato avvalendosi di leggi elettorali “porcata”, di bipolarismo del pensiero unico, di maggioritario senza egemonia. L’esito dei referendum rappresenta in modo evidente che ritorna una domanda di politica ancorata a principi e valori forti, a visioni del mondo condivise, a democrazia partecipata che contesta la delega.
Per questo l’accordo interconfederale firmato anche per un grave cedimento della CGIL sul terreno della propria concezione della democrazia, oltre che una grave lesione ai diritti dei lavoratori, appare come l’estremo tentativo di una classe imprenditoriale senza idee e progetti, di salvare i propri profitti scaricando sui lavoratori il costo della competitività; per questo è necessario sostenere la FIOM e ogni azione volta a recuperare iniziativa e conflitto. Quando oltre quaranta anni fa, si propose  la questione se dovessero essere le vecchie e gloriose Commissioni Interne o i consigli di fabbrica eletti su scheda bianca e le assemblee a validare le piattaforme e i contratti, nel confronto politico aspro, Bruno Trentin amava raccontare la storia della ranocchia e del ranocchio che si incontrano in uno stagno: il ranocchio corteggia la ranocchia e lei si schermisce dicendo “non sono una ranocchia ma una principessa trasformata dal sortilegio di una strega invidiosa e brutta; ma verrà un principe che con un bacio mi farà tornare principessa”; al che il ranocchio, inorgoglito: “neppure io sono un ranocchio, sono un metalmeccanico”, e quando la ranocchia chiede le ragioni della trasformazione, il ranocchio, disorientato, risponde “ ma, io non so! Ha fatto tutto il sindacato!!” Trentin concludeva  dicendo che mai più si dovesse ripetere una cosa simile.
Accordo sindacale e referendum sono due facce contraddittorie della fase in cui siamo chiamati ad agire.
Bene dunque la organizzazione di un momento di studio sulla attualità del comunismo, come ha proposto Ferrero; suggerisco che più corretto ed opportuno sarebbe parlare di attualità del socialismo, come alternativa al capitalismo, dato che il richiamo al comunismo, storicamente determinato, non ha dato buoni esiti. Bene anche il seminario sul partito che sarebbe opportuno si rivolgesse anche alla crisi della politica, e delle sue forme, senza le cadute qualunquiste che sono, purtroppo, di moda.
Ferrero propone un Congresso unitario che non esponga il partito, già debole, a lacerazioni; d’accordo. Ma l’unità non è assenza di confronto ne può essere una sorta di congelamento dei gruppi dirigenti legati dal patto di gestione scaturito dopo la scissione vendoliana. Bisogna pur prendere atto che la proposta di costruire l’unità a sinistra attraverso la Federazione si è dimostrata inefficace, un cartello elettorale che non ha neppure funzionato come si pensava. Bisogna fare i conti con una crisi del PD che non riesce ad esprimere una ipotesi di alternativa alle politiche fallimentari e antipopolari con cui Berlusconi e Tremonti hanno gestito la crisi economica. Confrontarsi con SEL al cui interno si manifestano contrasti profondi su questioni fondamentali come l’accordo sindacale e i referendum per il ripristino del sistema proporzionale. Non è sufficiente ribadire la disponibilità al fronte democratico per mandare a casa Berlusconi e chiedere l’intesa con il PD con la garanzia di non partecipare ad un eventuale governo ma di sostenerlo per evitare il ritorno della destra. La situazione richiede il coraggio di sfidare la sinistra moderata su una proposta di alternativa di politica economica e sociale quale viene dai referendum sull’acqua; richiede di fare i conti con la riforma dello Stato sociale lungo una linea di uguaglianza e solidarietà, con la riforma della economia e della politica attraverso forme nuove di democrazia e di partecipazione e controllo dei lavoratori sull’impresa. E su questo terreno ricercare una robusta piattaforma di governo sulla quale impegnare tutta la disponibilità nostra e di quanti si cimentano nella costruzione dell’alternativa. Diversamente si rimane prigionieri del passato, si legittima la politica moderata ritagliando per se una ipotetica presenza parlamentare di testimonianza. Per questo la questione del governo è decisiva di una strategia non di una banale scelta “governista”.
Su questi terreni va sviluppato il confronto tra di noi e sarebbe auspicabile un congresso nel quale potessero confrontarsi, laddove si manifestassero, tesi diverse in maniera limpida e trasparente. Per questo le regole con le quali daremo vita al Congresso sono importanti: possono rappresentare la continuazione dell’esistente, fatto di patti di gestione del partito tra correnti o, viceversa, l’alimentazione di un soggetto politico che guarda alla costruzione della sinistra che serve oggi per l’alternativa di società e di governo. Questa sfida ridarebbe a Rifondazione un ruolo che difficilmente potrebbe essere ignorato od oscurato; si passerebbe dalla marginalità al protagonismo.

Salvatore Bonadonna

mercoledì 13 luglio 2011

Comitato Politico Nazionale 9-10 luglio 2011: intervento di Ezio Locatelli

Ho l’impressione, se usciamo da questa ristretta cerchia di discussione, che ci siano ancora troppi compagni/e attardati in una discussione involuta, priva di slancio  a fronte della necessità   che il partito nel suo insieme colga le potenzialità positive dei cambiamenti in atto. Cambiamenti che non sono semplicemente nei termini di un  capovolgimento delle fortune politiche di una maggioranza di governo quanto nei termini dell’esaurimento di un ciclo sociale e  di una radicale rimessa in discussione di molti valori portanti del pensiero dominante.  Lo abbiamo visto in questi mesi di intensificazione del conflitto sociale e coll’ultimo referendum. I segnali sono di un rovesciamento di elementi di egemonia e di sintonia di cui per lungo tempo ha beneficiato la destra, penso ad esempio ai temi della sicurezza o dell’immigrazione extracomunitaria agitati in termini securitari.  Oggi, dentro lo sconquasso della crisi, su temi come la precarietà, il lavoro, i beni comuni succede il contrario. Assistiamo ad un cambiamento di percezione, di immaginario collettivo che può ridare respiro e fiducia nella nostra  capacità di agire, di portare avanti un discorso di cambiamento. Abbiamo questa possibilità ad alcune condizioni. Ne indico due. La prima è che non ci si chiuda nel campo delle formule ideologiche o politicistiche – unità dei comunisti, costituente della sinistra o quant’altro – in un momento in cui bisogna tornare a fare discorsi correlati all’esperienza vissuta, concreta certo avendo la capacità di saldare concretezza e ragioni di fondo di una alternativa di società. Anche per quanto riguarda il tema dell’unità della sinistra, stiamo attenti alle scorciatoie fatte a tavolino, il solo modo per trovare delle risposte  e fare passi in avanti è nel conflitto sociale che attraversiamo. La seconda condizione è che in questa fase - che è si di ripresa sociale ma anche di forte critica nei confronti delle attuali forme di rappresentanza - noi dobbiamo lavorare di più ad una strategia di radicamento e di programma di lavoro nei territori come aspetto che caratterizza e differenzia il nostro agire politico. Chiedo: dopo averla lanciata quando parte la campagna sociale su “futuro, lavoro, società”? Diamo priorità a questo impegno senza nulla togliere all’importanza di lavorare ad una proposta politica. Su questo punto anche se mi sembra del tutto inverosimile guardare ad una prospettiva di governo – non ce ne sono le condizioni – dobbiamo trovare la maniera di incalzare non solo sull’idea del fronte democratico per battere Berlusconi, ma sulle proposte di programma, sui contenuti.      
Ezio Locatelli