CAMBIAMO L’EUROPA, CAMBIAMO L’ITALIA

CAMBIAMO L’EUROPA, CAMBIAMO L’ITALIA
MANIFESTAZIONE NAZIONALE Sabato 15 ottobre ROMA – ore 14

VIII CONGRESSO


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MANIFESTAZIONE 16 OTTOBRE ROMA

giovedì 26 gennaio 2012

CPN 14-15 gennaio: l'intervento di Linda Santilli

La relazione che ha fatto ieri il segretario ci offre degli spunti di riflessione che non tentano di semplificare il quadro generale in cui siamo collocati ma al contrario colgono la complessità e tutta la problematicità con cui ci dovremo misurare nel prossimo futuro.
Questo approccio problematico non corrisponde necessariamente a ciò che anche nel nostro partito spesso pare essere una tentazione che va nella direzione opposta, rassicurante, che, semplificando, è più o meno la seguente: si è squadernato l’ordine degli schieramenti e degli interessi in campo, le grandi oligarchie finanziarie da una parte con la complicità della maggioranza della sinistra politica italiana, i lavoratori, i pensionati, gli sfruttati dall’altra. D’altra parte tempi, modalità dell’ascesa del governo Monti, manovre fatte e prossime manovre, non lasciano ombra di dubbio che si tratta dell’ultimo violento e definitivo giro di vite di un disegno che vuole spazzare via dalla scena della storia contemporanea i fondamentali della civiltà imposti dalle lotte del 900. E questo disegno oggi più che mai si proietta nelle vite concrete delle persone come un colpo secco i cui esiti a breve saranno di una evidenza abbagliante. Dunque se questo è, la nostra scelta di opporci con chiarezza a tale operazione, verrà inevitabilmente premiata. Così saremmo tentati a credere.
Questa fiducia, potenziata anche dal clima positivo e costruttivo dell’ultimo congresso, favorita anche da un flash di ritorno di visibilità sui mass media del nostro partito, non possiamo nascondere che ci abbia regalato qualche momento di soddisfazione quasi dimenticato.
Ma noi dobbiamo tenere i piedi a terra. Nulla è scontato, nemmeno che se prenderà corpo una protesta diffusa, essa non sarà segnata da una deriva populista di destra.
Dobbiamo operare un surplus di sforzo di analisi per comprendere come procedere nell’anno difficilissimo che abbiamo di fronte, questo ci ha detto Ferrero. Io la considero una premessa senza cui verrebbe meno lo stesso ragionamento sull’efficacia della nostra azione e sulle prospettive.
Esiste una necessità grande, grande come la storia, apparentemente troppo grande per noi: essere capaci di una analisi di questa contemporaneità in metamorfosi per essere costruttori di una idea di mondo, di un immaginario in questo presente, di ridare cittadinanza alla pensabilità della rivoluzione, possiamo forse dirla anche così, di inventare le parole della rivoluzione che parlino al presente. Questa dovrebbe essere l’impresa. Ma questa appunto è una impresa storica.
Anche Monti è protagonista di una impresa storica. Come ha sottolineato Steri, è un convinto e sincero sostenitore di un disegno preciso: smantellare le democrazie, smantellare lo stato sociale, i diritti, le tutele del lavoro, distruggere scientificamente i passaggi fondamentali di civiltà che hanno segnato il 900, per dare potere alle oligarchie finanziarie e sottrarlo definitivamente ai popoli. Ebbene a questo progetto ambizioso la sinistra italiana ed europea deve essere in grado di contrapporre un progetto altrettanto ambizioso. Siccome non possiamo più ragionare su scala locale, mi chiedo se non sia utile, anzi necessario, riaprire tra noi la discussione sulla Sinistra Europea, che invece mi pare del tutto assente in questo dibattito.
Allora il punto principale all’ordine del giorno è come metterci a lavoro per costruire un progetto che sia capace di aggregare, di produrre sogno e cambiamento, perché nella storia lo sappiamo, sogno e cambiamento hanno sempre camminato assieme. Non stiamo parlando insomma solo di moltiplicare le nostre iniziative, di potenziare la nostra presenza nelle lotte, aspetti ovviamente di prima importanza, ma di operare alla radice qualcosa di assai grande senza cui tanti nostri sforzi risulteranno probabilmente inefficaci e non saranno in grado di aggregare, né di creare un senso comune altro.
Questo significa che pur non essendo maggioranza, dobbiamo pensare come se lo fossimo, perché l’orizzonte che hai cambia il tuo agire politico e perché è il minoritarismo come dispositivo mentale che restringe il campo e ti mette all’angolo, non l’essere minoranza.
Avere scelto da che parte stare, è stato detto da molti, in questa fase politica è risultato relativamente semplice. Acquisire consenso e legittimità, anche se può apparire paradossale, non è affatto scontato.
Esiste una complessità elevata con cui fare i conti perché l’Italia è devasta dalla crisi, e i pezzi più consistenti della sinistra sono dentro il governo, essi seppur con sfumature diverse si sono fatti carico di quella che formalmente è passata come assunzione straordinaria di responsabilità per salvare il paese di fronte al disastro imminente. Una scelta inevitabile. E’ questa la narrazione pericolosa che è diventata senso comune. Il popolo di sinistra nella sua stragrande maggioranza oggi è in attesa, vuole dare fiducia a questo governo. Esiste un sovrappiù di speranza che non possiamo non vedere. Ogni nostra azione, ogni nostra campagna politica, ogni slogan che andremo ad utilizzare non può prescindere da questo dato.
Io penso che con il popolo in attesa, in parte già deluso, noi dobbiamo parlare, e verificare di volta in volta l’efficacia della nostra comunicazione.
Ma dobbiamo avere chiaro che il primo antidoto all’immiserimento democratico e culturale in atto va trovato nella scelta di impegnare tutte le nostre forze nel lavoro di tessitura del filo rosso che unisce i mille rivoli in cui scorre oggi la critica al capitalismo finanziario globalizzato e che gli oppone il valore dei beni comuni. Sono i movimenti di cui ha parlato giustamente ieri Alfio. Dunque mettere a disposizione di un processo ricompositivo della sinistra ogni energia e pensiero critico, proprio per contrastare quel disegno che vorrebbe un paese anestetizzato dal pensiero unico, dal governo dei cosiddetti tecnici e da scelte politiche spacciate per ineluttabili.
O noi saremo in grado di essere forza catalizzatrice di questi movimenti e di questi mille rivoli che hanno fatto della manifestazione del 15 ottobre la più grande del mondo, oppure la scelta giusta di esserci collocati all’opposizione senza se e senza ma non ci salverà dal rischio di isolamento perché saremo percepiti come inutili e ininfluenti.
Ma dobbiamo riuscire a moltiplicare le relazioni anche con quei soggetti, diciamo così, più difficili, più contraddittori, più ostici per certi versi, che sono la sinistra politica, non solo quindi i sindacati di base o la Fiom, ma anche la Cgil, anche pezzi di mondo cattolico, anche pezzi del popolo del pd e di sel che sono in estrema sofferenza.
La linea decisa dal congresso di Napoli sull’unità della sinistra va potenziata al massimo e messa in pratica con convinzione. Dobbiamo incalzare le diverse articolazioni della sinistra, da Idv a Sel, con proposte.
Insomma, chiediamo a noi stessi un di più di generosità in questa fase, per metterci in marcia in direzione della costruzione di una grande sinistra di alternativa unita e plurale che superi le attuali difficoltà della Fds, che rilanci un progetto su scala europea, e che tenga vivo il progetto ambizioso della trasformazione della società.
Ultimo punto: gli intellettuali. Sono d’accordo che dobbiamo costruire relazioni significative con il mondo intellettuale e culturale, e potenziare e valorizzare quelle esistenti, e non come operazione strumentale per avere qualche ciliegina sulla torta, ma per favorire l’irruzione di altri linguaggi e sguardi sul mondo al nostro interno e favorire il lavoro di ricerca. Però dobbiamo essere franchi tra noi, ad oggi benché ci sia questa consapevolezza, essa viene spesso sacrificata in nome e per conto dell’equilibrio tra le correnti interne, ed io spero che la positività sottolineata da tanti circa l’esito di questo congresso sia anche una premessa concreta per rimescolare le carte e consentire che scorra nuova linfa.

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